Dance with the freedom Afghanistan

Sono andata all’Expò 2015. Qualcuno ha prenotato e ha detto: “Andiamo?”Siamo arrivati in una tiepida giornata di agosto, forse l’unica in cui ha piovuto a Milano.

Nel polo mondiale del cibo ci siamo affacciati con la nostra faccia di curiosi e abbiamo iniziato a girare, io con una sola idea fissa in testa: mangiare spaghetti asiatici con le bacchette. Mai mi sarei aspettata un’Expò così.expò Afghanistan

Mi sembrava che tutto quello che vedessi avesse un solo obiettivo da parte degli organizzatori: “Facciamo funzionare tutto se no finiamo sui giornali.”

E uscendo ed entrando dai padiglioni ogni volta pareva, bagnarsi in realtà del tutto nuove, in altri mondi che mi è venuto naturale inchinarmi di fronte alla divinità del padiglione del Nepal.

E mentre cercavamo il gelato di Grom,  ho sentito cantare un rito antico.

Un linguaggio incomprensibile che mi ricordava le vecchiette del mio paese, Aterrana, quanto alle santissime Quarantore, storpiavano il Magnificat così bene che  mi chiedevo sempre quale lingua fosse.

Intanto di fronte a noi una piazza di giovani afgani; donne in abito tradizionale, scintillanti e sorridenti, intonavano canti e i ragazzi seduti dall’altro lato iniziavano a muovere i primi passi delle loro danze. Un pò intidimiti a gruppetti si lanciavano in pista.

Dietro di noi un gruppetto di cuochi, giovani afgani, con tanto di cuffietta e divisa, rigorosamente al portellone, ballavano anche loro.  O meglio devo essere corretta si muovevano sulle gambe, alzavano gli occhi pieni di gioia  al cielo e cantavano. Due metri dividevano il portellone della cucina dalla piazza, una distanza infinita per i loro occhi, colmata dalla felicità che esprimevano. Una felicità dirompente nel sentire suoni e parole della loro amata terra, così forte da farmi capire in un secondo perchè gli emigrati italiani sono così affezionati alle canzoni napoletane.

Lo ho capito in quel momento quanto l’amore per il tuo paese possa esploderti dentro nonostante tutto ciò che vi accada all’interno. E nonostante i ragazzi della cucina stessero dall’altro lato della piazza, a me pareva che non ci fosse tutta quella distanza. Tutta quella gioia e tutta quella musica aveva creato un’isola di felicità.

Ho iniziato a ballare anche io, nonostante mi sembrava che cantasse zia Aitoccia di Aterrana al microfono, senza scendere in pista, non sapevo se le donne possano ballare con gli uomini in luoghi pubblici. Il rispetto prima di tutto.

E l’Afghanistan mi è parso per un momento un paese felice, con giovani felici e con la gioia negli occhi e nel cuore. Una felicità che ballava in quella pista, tra i ragazzi che si muovevano e le ragazze che cantavano.

E’ stato bello vedere l’Afghanistan, quello vero.

Maria

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